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Domenica, 17 dicembre 2017

"Prendetevi cura dei giovani, il bene pił prezioso della cittą" (Erasmo).
Ivano Dionigi Candidato Rettore Università di Bologna 2009 2012 - Unibo
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l'Universitą necessaria

I. LA DUPLICE “CRISI”

Solamente pochi anni fa l’Università era ancora in fase di espansione in tutti i piani: docenti e studenti, saperi e discipline, risorse e prospettive. Non era, come oggi, stretta dalla morsa della duplice crisi di credibilità (accuse di inutilità e di corruzione) e di risorse (riduzione drastica dei finanziamenti statali e della programmazione delle carriere). Nessuno paventava l’incombente minaccia morale e finanziaria, e non è un caso che nelle precedenti competizioni elettorali i temi del bilancio, delle risorse, dei tagli non abbiano avuto alcuna centralità. Erano ancora i tempi delle vacche grasse.

Ora lo scenario è completamente cambiato.
Alla maldestra combinazione di cattiva gestione dell’autonomia universitaria e di sostanziale incultura della classe governativa che caratterizza strutturalmente il nostro Paese si è aggiunta, evidente e conclamata, la crisi economico-finanziaria globale.

All’ordine del giorno dell’Alma Mater – come di altri Atenei – è oggi iscritta una voce unica e cogente: cultura del cambiamento, per resistere e competere, perché nessuno di noi è più disposto né a credere alle illusioni né a ripetere gli errori degli ultimi anni. Una sfida davvero ardua per un’istituzione, come quella universitaria, che alla gloria millenaria e ai suoi riconosciuti primati paga il tributo di una tendenza conservatrice, di una organizzazione rigida e di una scarsità di risorse non sempre ben distribuite.

Pertanto mai come oggi la parola “crisi” recupera tutto il suo valore originario e dinamico di momento di “giudizio” e di “decisione”.
Ed è proprio in questo momento di crisi che occorre ripensare al ruolo, ai fondamenti, all’identità dell’Università: il luogo dove si producono i saperi e si trasmette la conoscenza tra le generazioni di studiosi per formare i giovani alla ricerca scientifica e alle professioni. Nella convinzione che noi abbiamo ancora una nobile responsabilità: preparare la classe dirigente del Paese.


II. LE LEVE DEL CAMBIAMENTO - inizio pagina
Per ripartire occorre individuare e perseguire alcuni obiettivi specifici:

1. La centralità della figura e della funzione del docente
La nostra identità si è smarrita e offuscata: per il continuo terremoto di riforme mal congegnate e altrettanto mal attuate, per la deriva burocratica dell’apparato amministrativo, per l’invasione di campo della dirigenza nei confronti della docenza, per la continua e fegatosa canea mediatica; ma anche – diciamocelo – per esserci pigramente adagiati nella convinzione che tutto ci fosse dovuto perché esistiamo e non già perché siamo in grado di rispondere adeguatamente alle esigenze della società. Proprio la responsabilità dell’Università nei confronti della società – la cosiddetta “terza missione” dell’Università – dovrà trovare esplicito e adeguato risalto nella redazione del nuovo Statuto.
Le risorse umane – meglio: le persone – sono il principio e il motore di tutto: sul frontespizio dei nostri Dipartimenti e delle nostre Facoltà dovremmo apporre questa scritta: “I Docenti esistono in funzione degli Studenti, e l’Amministrazione esiste in funzione dei Docenti e degli Studenti”.
Centralità della figura e della funzione del docente significa recupero dell’orgoglio dell’Alma Mater e voglia di primato con proposte-guida e proposte-modello in vari campi (dall’innovazione della didattica alla riforma dei concorsi e al cambiamento dello Statuto).
Lo spirito di sfida e di primato del IX Centenario non solo ci ha portati alla ribalta della scena europea ma ci ha lasciato un patrimonio prezioso e una centralità propulsiva, come testimoniano la Magna Charta e il “Processo di Bologna”: espressione di valori e di obiettivi che costituiscono un imprescindibile punto di riferimento internazionale per tutte le Università.
Sarebbe sorprendente se, mentre le più svariate realtà del Paese si affannano a inventarsi istituzioni universitarie, spesso di dubbia attendibilità, noi non riuscissimo a valorizzare appieno il patrimonio che abbiamo ereditato dalla storia.

2. Il riconoscimento delle differenze
Non siamo né un Politecnico né un Ateneo a limitato tasso disciplinare, ma – distribuita su cinque sedi – siamo l’Alma Mater, una realtà complessa caratterizzata dal Multicampus: 23 Facoltà. 70 Dipartimenti, 80.000 studenti, 3.200 docenti, 3.000 unità di personale tecnico e amministrativo.
Guai alla sindrome dell’algoritmo unico, che misura in modo uguale i diseguali: sia nella ricerca che nella didattica vanno valutati, incentivati e differenziati i riconoscimenti anche economici della qualità e dell’impegno. Dopo gli incentivi ai Dipartimenti, bisognerà procedere con gli incentivi agli individui. Solo così democrazia e meritocrazia potranno fare rima anche dal punto di vista culturale e etico.
Quanto poi alla suddivisione tra Scienziati e Umanisti, pur riconoscendo le differenze nelle funzioni e nei costi delle rispettive attività, voglio subito aggiungere che il conflitto è inesistente perché diversi sono i linguaggi ma una è la cultura; e che mentre ai primi spetta il compito di dare risposte immediate alla società, ai secondi spetta la responsabilità di contribuire a porre le domande giuste.

Nel riconoscimento delle differenze, rientra, a mio avviso, la questione delle Pari Opportunità.
Intese come superamento di ogni discriminazione, non solo in relazione al genere, esse non debbono rimanere un semplice principio dello Statuto e del Codice Etico. Fondamentale resta l'impegno dell'Ateneo nella formazione e nella sensibilizzazione culturale, perché solo dal riconoscimento delle differenze e del loro valore potrà nascere una cultura di parità capace di incidere sulle politiche e le scelte concrete. A questo fine ritengo importante ricostituire al più presto il Comitato per le Pari Opportunità dell'Ateneo, da tempo scaduto, e rilanciarne il ruolo propositivo. Sotto questo profilo il Comitato potrebbe anche coordinare le iniziative, numerose ma frammentarie, sia di ricerca sia di didattica, presenti nell'Ateneo allo scopo di favorire una migliore comunicazione tra i docenti e una maggiore accessibilità agli studenti e al personale tecnico amministrativo.

3. La proiezione all’esterno
Universali per natura e vocazione, ci scopriamo improvvisamente isolati: dalla città, dalle Fondazioni bancarie, dalle Istituzioni economiche, dalla Regione, dal Miur. Siamo, sì, vicini a Bruxelles e a Buenos Aires, ma siamo sostanzialmente estranei a Bologna. L’Università non è della città, ma vive nella città; e a questa città bisognerà ricordare la ricaduta culturale e economica della sua massima istituzione. Ma la città che cosa fa per meritare l’Università?
Il nostro Ateneo, per essere davvero proiettato all’esterno, deve essere:
• più dialettico con tutti i soggetti pubblici e privati, forte della sua indipendenza;
• più inserito nel contesto nazionale e internazionale delle Università di alta qualità;
• più integrato con la società per contribuire al suo sviluppo, per attrarre risorse, per migliorare la propria immagine.

4. Semplificazione ed efficienza
Due le principali esigenze avvertite soprattutto negli ultimi anni: semplificare, andando al nucleo della nostra vocazione (la ricerca e la formazione degli studenti) e finalizzando il tutto a tale missione; motivare le persone, vale a dire i principali attori (studenti, docenti, personale tecnico e amministrativo).
Di qui l’importanza fondamentale di una Amministrazione capace e leale concentrata sul perseguimento degli obiettivi della ricerca e della didattica; di qui l’importanza di un sistema di Governance che, traducendo al meglio il principio dell’autogoverno e dell’autonomia, proceda a forme snelle di gestione che assicurino la distinzione dei ruoli, la certezza delle regole, la semplificazione delle procedure.

5. Il ruolo culturale e morale
Gioverà sottolineare che la crisi oggi è economica perché è politica; ed è politica perché è culturale.
Sono proprio grandi manager di industria a ricordarci in questi giorni che “lo sviluppo di un’impresa non è solo una questione di tecnologia o di risorse finanziarie. E’ prima di tutto una questione di cultura […] Grandi organizzazioni sono il risultato dell’esercizio della leadership di uomini e di donne che comprendono il concetto di servizio, di comunità, di rispetto fondamentale per gli altri”.
Nella società dell’antiutopia su ogni muro – come ci ricorda George Orwell – è riportata la scritta “IGNORANZA È FORZA”. La nostra società sta assorbendo troppo questo messaggio. Compito dell’Università è invertire tale tendenza con convinzione e decisione; e a noi spetta capovolgere quel messaggio, dimostrando che “CULTURA È FORZA”.

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