I. LA DUPLICE “CRISI”
Solamente pochi anni fa l’Università era ancora in fase di espansione
in tutti i piani: docenti e studenti, saperi e discipline, risorse e prospettive.
Non era, come oggi, stretta dalla morsa della duplice crisi di credibilità
(accuse di inutilità e di corruzione) e di risorse
(riduzione drastica dei finanziamenti statali e della programmazione delle
carriere). Nessuno paventava l’incombente minaccia morale e finanziaria,
e non è un caso che nelle precedenti competizioni elettorali i temi
del bilancio, delle risorse, dei tagli non abbiano avuto alcuna centralità.
Erano ancora i tempi delle vacche grasse.
Ora lo scenario è completamente cambiato.
Alla maldestra combinazione di cattiva gestione dell’autonomia universitaria
e di sostanziale incultura della classe governativa che caratterizza strutturalmente
il nostro Paese si è aggiunta, evidente e conclamata, la crisi economico-finanziaria
globale.
All’ordine del giorno dell’Alma Mater –
come di altri Atenei – è oggi iscritta una voce unica e cogente:
cultura del cambiamento, per resistere e competere,
perché nessuno di noi è più disposto né a credere
alle illusioni né a ripetere gli errori degli ultimi anni. Una sfida
davvero ardua per un’istituzione, come quella universitaria, che alla
gloria millenaria e ai suoi riconosciuti primati paga il tributo di una tendenza
conservatrice, di una organizzazione rigida e di una scarsità di risorse
non sempre ben distribuite.
Pertanto mai come oggi la parola “crisi” recupera
tutto il suo valore originario e dinamico di momento di “giudizio”
e di “decisione”.
Ed è proprio in questo momento di crisi che occorre ripensare al ruolo,
ai fondamenti, all’identità dell’Università: il
luogo dove si producono i saperi e si trasmette la conoscenza tra le generazioni
di studiosi per formare i giovani alla ricerca scientifica e alle professioni.
Nella convinzione che noi abbiamo ancora una nobile responsabilità:
preparare la classe dirigente del Paese.
II. LE LEVE DEL CAMBIAMENTO - inizio
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Per ripartire occorre individuare e perseguire alcuni obiettivi specifici:
1. La centralità della figura e della
funzione del docente
La nostra identità si è smarrita e offuscata: per il continuo
terremoto di riforme mal congegnate e altrettanto mal attuate, per la deriva
burocratica dell’apparato amministrativo, per l’invasione di campo
della dirigenza nei confronti della docenza, per la continua e fegatosa canea
mediatica; ma anche – diciamocelo – per esserci pigramente adagiati
nella convinzione che tutto ci fosse dovuto perché esistiamo e
non già perché siamo in grado di rispondere adeguatamente alle
esigenze della società. Proprio la responsabilità dell’Università
nei confronti della società – la cosiddetta “terza missione”
dell’Università – dovrà trovare esplicito e adeguato
risalto nella redazione del nuovo Statuto.
Le risorse umane – meglio: le persone –
sono il principio e il motore di tutto: sul frontespizio dei nostri Dipartimenti
e delle nostre Facoltà dovremmo apporre questa scritta: “I Docenti
esistono in funzione degli Studenti, e l’Amministrazione esiste in funzione
dei Docenti e degli Studenti”.
Centralità della figura e della funzione del docente significa recupero
dell’orgoglio dell’Alma Mater e voglia di primato
con proposte-guida e proposte-modello in vari campi (dall’innovazione
della didattica alla riforma dei concorsi e al cambiamento dello Statuto).
Lo spirito di sfida e di primato del IX Centenario non solo ci ha portati
alla ribalta della scena europea ma ci ha lasciato un patrimonio prezioso
e una centralità propulsiva, come testimoniano la Magna Charta e il
“Processo di Bologna”: espressione di valori e di obiettivi che
costituiscono un imprescindibile punto di riferimento internazionale per tutte
le Università.
Sarebbe sorprendente se, mentre le più svariate realtà del Paese
si affannano a inventarsi istituzioni universitarie, spesso di dubbia attendibilità,
noi non riuscissimo a valorizzare appieno il patrimonio che abbiamo ereditato
dalla storia.
2. Il riconoscimento delle differenze
Non siamo né un Politecnico né un Ateneo a limitato tasso disciplinare,
ma – distribuita su cinque sedi – siamo l’Alma Mater, una
realtà complessa caratterizzata dal Multicampus: 23 Facoltà.
70 Dipartimenti, 80.000 studenti, 3.200 docenti, 3.000 unità di personale
tecnico e amministrativo.
Guai alla sindrome dell’algoritmo unico, che misura
in modo uguale i diseguali: sia nella ricerca che nella didattica vanno valutati,
incentivati e differenziati i riconoscimenti anche economici della qualità
e dell’impegno. Dopo gli incentivi ai Dipartimenti, bisognerà
procedere con gli incentivi agli individui. Solo così democrazia e
meritocrazia potranno fare rima anche dal punto di vista culturale e etico.
Quanto poi alla suddivisione tra Scienziati e Umanisti, pur
riconoscendo le differenze nelle funzioni e nei costi delle rispettive attività,
voglio subito aggiungere che il conflitto è inesistente perché
diversi sono i linguaggi ma una è la cultura; e che mentre ai primi
spetta il compito di dare risposte immediate alla
società, ai secondi spetta la responsabilità di contribuire
a porre le domande giuste.
Nel riconoscimento delle differenze, rientra, a mio avviso, la questione delle
Pari Opportunità.
Intese come superamento di ogni discriminazione, non solo in relazione al
genere, esse non debbono rimanere un semplice principio dello Statuto e del
Codice Etico. Fondamentale resta l'impegno dell'Ateneo nella formazione e
nella sensibilizzazione culturale, perché solo dal riconoscimento delle
differenze e del loro valore potrà nascere una cultura di parità
capace di incidere sulle politiche e le scelte concrete. A questo fine ritengo
importante ricostituire al più presto il Comitato per le Pari
Opportunità dell'Ateneo, da tempo scaduto, e rilanciarne il
ruolo propositivo. Sotto questo profilo il Comitato potrebbe anche coordinare
le iniziative, numerose ma frammentarie, sia di ricerca sia di didattica,
presenti nell'Ateneo allo scopo di favorire una migliore comunicazione tra
i docenti e una maggiore accessibilità agli studenti e al personale
tecnico amministrativo.
3. La proiezione all’esterno
Universali per natura e vocazione, ci scopriamo improvvisamente isolati:
dalla città, dalle Fondazioni bancarie, dalle Istituzioni economiche,
dalla Regione, dal Miur. Siamo, sì, vicini a Bruxelles e a Buenos Aires,
ma siamo sostanzialmente estranei a Bologna. L’Università non
è della città, ma vive nella città; e a questa città
bisognerà ricordare la ricaduta culturale e economica della sua massima
istituzione. Ma la città che cosa fa per meritare l’Università?
Il nostro Ateneo, per essere davvero proiettato all’esterno, deve essere:
• più dialettico con tutti i soggetti pubblici e privati,
forte della sua indipendenza;
• più inserito nel contesto nazionale e internazionale
delle Università di alta qualità;
• più integrato con la società per contribuire
al suo sviluppo, per attrarre risorse, per migliorare la propria immagine.
4. Semplificazione ed efficienza
Due le principali esigenze avvertite soprattutto negli ultimi anni: semplificare,
andando al nucleo della nostra vocazione (la ricerca e la formazione degli
studenti) e finalizzando il tutto a tale missione; motivare
le persone, vale a dire i principali attori (studenti, docenti, personale
tecnico e amministrativo).
Di qui l’importanza fondamentale di una Amministrazione capace e leale
concentrata sul perseguimento degli obiettivi della ricerca e della didattica;
di qui l’importanza di un sistema di Governance che, traducendo
al meglio il principio dell’autogoverno e dell’autonomia, proceda
a forme snelle di gestione che assicurino la distinzione dei ruoli, la certezza
delle regole, la semplificazione delle procedure.
5. Il ruolo culturale e morale
Gioverà sottolineare che la crisi oggi è economica perché
è politica; ed è politica perché è culturale.
Sono proprio grandi manager di industria a ricordarci in questi giorni che
“lo sviluppo di un’impresa non è solo una questione di
tecnologia o di risorse finanziarie. E’ prima di tutto una questione
di cultura […] Grandi organizzazioni sono il risultato
dell’esercizio della leadership di uomini e di donne che comprendono
il concetto di servizio, di comunità, di rispetto fondamentale per
gli altri”.
Nella società dell’antiutopia su ogni muro – come ci ricorda
George Orwell – è riportata la scritta “IGNORANZA È
FORZA”. La nostra società sta assorbendo troppo questo messaggio.
Compito dell’Università è invertire tale tendenza con
convinzione e decisione; e a noi spetta capovolgere quel messaggio, dimostrando
che “CULTURA È FORZA”.
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