LE TIPOLOGIE
A grandi linee si possono distinguere almeno quattro tipi di ricerca, diversi
per funzioni ed esigenze, per natura e per costi:
- ricerca dell'area umanistica, economica,
sociale, politologica e giuridica (ad alto tasso concettuale e a non
immediato impatto economico);
- ricerca dell'area delle scienze (con
risultati non a breve a termine e talvolta difficile da tradurre in brevetti,
e pertanto sostenuta per lo più con finanziamenti pubblici);
- ricerca dell'area medica, farmacologia
e veterinaria (in gran parte con forte aggancio con il Servizio Sanitario
Nazionale e le industrie farmaceutiche, e con rilevante impatto sociale);
- ricerca dell'area tecnologica
dell'ingegneria, delle biotecnologie e dell'agraria (più sensibile alle
ragioni del mercato e alle strutture di interfaccia col mondo produttivo).
A ben vedere le quattro tipologie possono essere ricondotte alla distinzione
fondamentale tra ricerca di base e ricerca finalizzata.
I PRINCIPI
Perché la ricerca resti centrale nel sistema di Ateneo, gioverà riconoscere
tre criteri:
- La valutazione. Pionieri su questo
terreno con Peer Review, Osservatorio della Ricerca, Nucleo di Valutazione
e Sistema di Valutazione dei Dipartimenti, dobbiamo proseguire il cammino
affinando i criteri coinvolgendo Direttori di Dipartimento, Garanti dei
Comitati e singoli in un'opera ininterrotta di collaborazione tramite consultazioni
e audizioni. Questo ci consentirà di essere preparati di fronte alla valutazione
nazionale della ricerca che il Ministero imposterà su base dipartimentale.
Per essere completa, spendibile e condivisa la
valutazione dei singoli dovrà estendersi anche alle altre funzioni (quali
l'attività didattica e assistenziale, l'assolvimento di compiti organizzativi
o istituzionali, la capacità di attrarre fondi).
- Le differenze. Se la ricerca è
diversa nelle varie aree per costi, massa critica, riconoscimenti internazionali,
rilevanza sociale ed economica, collaborazione di tecnici, spazi, ne segue
che diversi debbono essere anche i criteri di valutazione. Inoltre: se è
vero che i Comitati di area scientifica (1-9) sono caratterizzati - rispetto
ai Comitati di area sociale e umanistica (10-14) - da diversità di natura
e costi (più individuale e meno costosa la ricerca dei secondi; più collettiva
e più costosa la ricerca dei primi a causa di materiali, tecnici, laboratori),
allora ne segue che andranno diminuiti (o annullati) "i pesi" nell'assegnazione
dei fondi ex 60% (che sono di supporto alla ricerca), mentre andranno mantenuti
(o accentuati) nell'assegnazione del Fondo per grandi attrezzature e Progetti
Strategici (che sono decisivi per la ricerca).
- La centralità dei Docenti e dei Dipartimenti.
Titolari e protagonisti della Ricerca sono i docenti e i ricercatori, che
si avvalgono della collaborazione e del supporto del Dirigente e del personale
dell'Area della ricerca ad essa proposti.
Lo Statuto vigente (art. 21) identifica
nei Dipartimenti le strutture di riferimento primarie della ricerca; ma a
nessuno sfugge che in molti casi l'identità amministrativo/burocratica dei
Dipartimenti prevale su quella scientifica. A questo proposito sarà loro compito
favorire nuove aggregazioni tematiche e sinergie organizzative e multidisciplinari,
avvalendosi di tutte quelle innovazioni del Sistema di Ateneo che non ne snaturino
la centralità, ma potenzino le esigenze e prerogative dei singoli e dei gruppi
di ricerca. Le recenti esperienze dimostrano che talune innovazioni del Sistema
di Ricerca di Ateneo risultano da un lato troppo astratte e complicate, dall'altro
concorrenti e conflittuali con i Dipartimenti stessi.
Come è naturale accentrare grandi attrezzature
per ragioni di efficienza, altrettanto naturale è riconoscere e favorire l'autonomia
dei Dipartimenti, da garantire e potenziare attraverso questi due nuovi
strumenti: il budget integrale - non limitato ai soli assegni di ricerca
- e la revisione del Regolamento per le prestazioni esterne (il cosiddetto
Conto Terzi) per attività sia di consulenza sia di formazione.
I Dipartimenti che con finalità scientifiche (e
anche didattiche) procederanno a unificazioni andranno incentivati.
I CRITERI
Per garantire la ricerca occorrono:
1. Investimenti in
persone. È la priorità assoluta. A questo proposito si impongono alcuni
impegni precisi e concreti:
a) attribuire
il 50% delle risorse sulla base della qualità scientifica;
b) assegnare i
posti di Ricercatori ai Dipartimenti;
c) ridurre l'onere
didattico dei Ricercatori, molti dei quali, anche nel nostro Ateneo,
superano il limite delle 60 ore. Essi vanno restituiti dalle aule e dagli
ambulatori alle biblioteche e ai laboratori.
d) inaugurare
la figura del Ricercatore a tempo determinato, con finalità non solo
scientifiche (come previsto dall'attuale "Regolamento per la disciplina dei
Ricercatori a contratto") ma anche di didattica integrativa (come previsto
dall'art. 14 della legge Moratti 230/05). Tale modalità soddisfa, soprattutto
là dove si hanno posti finanziati dagli Enti esterni, non solo il reclutamento
ma anche il raggiungimento dei requisiti minimi per l'attivazione dei corsi
di laurea;
e) assegnare una
dote di almeno 3.000 Euro per i primi tre anni ai Ricercatori neoassunti.
2. Organizzazione. Per una ricerca degna di questo nome, occorrono
strumentazioni, laboratori, edifici adatti. Mentre gli insediamenti sono responsabilità
primaria del Governo dell'Ateneo (vd. Alla voce "Edilizia"), per quanto riguarda
le grandi apparecchiature doveroso è l'appello alla responsabilità dei Dipartimenti
per la collaborazione tra loro e l'Ufficio Ricerca al fine di pervenire, con
necessarie aggregazioni, alle soluzioni più razionali, funzionali ed economiche.
3. Meritocrazia.
Una meta, questa, sulla quale siamo decisamente in ritardo. Allo stato attuale
produrre molto, poco o nulla; bene, meno bene, male, non comporta né alcuna
sanzione né alcuna differenziazione economica. Lo stesso vale per la didattica.
Quindi la meritocrazia, per un malinteso concetto di democrazia e uguaglianza,
è osteggiata alle radici.
In attesa delle nuove disposizioni ministeriali che, pur senza dare soluzioni,
pongono tuttavia esplicitamente il problema, possiamo lanciare dei segnali
significativi anche in relazione alla distribuzione delle risorse. Ne segnalo
alcuni:
a) pubblicare
i dati delle valutazioni della ricerca (Osservatorio della Ricerca, Peer Review);
b) dopo l'incentivazione dei Dipartimenti,
sarà necessario prevedere l'incentivazione dei singoli sia per la ricerca
sia per la didattica. Solo così democrazia e meritocrazia si coniugano anche
dal punto di vista culturale e etico.
c) chiamate di studiosi eccellenti italiani
e stranieri, che contribuiscono significativamente ad attrarre studenti di
migliore qualità, attirano risorse, giovano nelle classifiche internazionali;
d) istituzione del "Premio Alma Mater": una
giornata nella quale con adeguato risalto vengano individuati e premiati,
nei 14 Comitati, altrettanti docenti distintisi per particolari risultati
individuali o di gruppo.
Sarà interesse delle singole Facoltà e dei singoli
Dipartimenti adoperarsi perché alcuni Colleghi particolarmente vocati alla
ricerca possano essere alleggeriti nei compiti didattici; e viceversa riconoscere
l'onere didattico a quanti fanno di esso l'occupazione principale.
La cosa più importante è che tutti possano impegnarsi nel campo cui sono
più interessati e cui possono dare il miglior contributo, con una equa distribuzione
del carico di lavoro.
Il Rettore dell'Alma Mater dovrà assumere anche
alcuni impegni di politica nazionale:
1) perché i Concorsi
siano aboliti e sostituiti con forme di chiamata, sottoscritta e ufficiale
che imponga ai singoli, alle strutture e agli Organi Accademici la piena assunzione
delle proprie responsabilità;
2) perché si prevedano
i primi livelli di carriera al di fuori dell'Università presso la quale si
è conseguito il Dottorato di ricerca;
3) perché la quota
premiante per gli Atenei, ora al 7%, salga davvero progressivamente almeno
al 30%;
4) perché
vengano individuate alcune sedi universitarie con settori di particolare interesse/sviluppo/eccellenza
su cui investire risorse aggiuntive.
IL PRO RETTORE ALLA RICERCA
Aumentare la qualità dell'attività scientifica,
razionalizzare le risorse disponibili, sviluppare nuove occasioni di intervento,
aumentare la capacità di attrazione di risorse dall'esterno: queste sono linee
di governo obbligate. Per riuscire ad applicarle davvero, occorre in primo
luogo avere l'intelligenza e l'umiltà di interpellare e coinvolgere tutti
quei Colleghi che primeggiano davvero nel campo della Ricerca per conclamati
riconoscimenti e primati nazionali e/o internazionali conseguiti nelle Riviste
di rango, nei Consessi internazionali, nelle titolarità di Progetti qualificati.
La Riforma dello Statuto sarà l'occasione per
realizzare interventi incisivi anche sul governo della ricerca che allo stato
attuale appare incerto e frastagliato tra vari Organi e Organismi (Senato
Accademico, Commissione Ricerca, Osservatorio della Ricerca, Collegio dei
Direttori).
Un primo passo chiarificatore e rappresentativo
può venire dalla nomina di un Pro Rettore alla Ricerca e da una Commissione
Ricerca incentrata sui Direttori di Dipartimento, che potrebbe essere
rappresentata dai 6 Direttori Rappresentanti d'Area che attualmente formano
la Giunta del Collegio dei Direttori.
I FINANZIAMENTI
Mentre siamo ben posizionati sul fronte dei finanziamenti
europei, siamo carenti - come lo stesso Nucleo di Valutazione rileva - per
quanto riguarda i fondi derivanti dall'esterno, in particolare dai privati.
Fin troppo note le cause: la società non percepisce
l'utilità della nostra ricerca che è prevalentemente accademica e non finalizzata;
il privato in Italia non ha la cultura e la tradizione necessaria per finanziare
la ricerca (davvero sparuti nel nostro Paese i Mecenati); pochi comprendono
che il progresso materiale è direttamente proporzionale all'investimento nella
conoscenza.
Alcune possibili fonti sono note e già all'ordine
del giorno: la Regione per la Sanità e per i costituendi Tecnopoli; le Fondazioni
e gli Enti di sostegno (che nelle Romagne sono più sensibili che a Bologna
la quale si è ormai abituata alla sua Università, senza porsi più il problema
di doversela meritare); la Fondazione Alma Mater da concepire sempre
più - secondo la sua vocazione originaria - come braccio economico dell'Ateneo;
il capitolo brevetti da sfruttare in modo più adeguato con il coinvolgimento
dei Colleghi; l'adesione alla proposta di una "cabina di regia" lanciata da
Unindustria e indirizzata a Università, Fondazioni, organizzazioni economiche,
soggetti culturali, cooperative per "mettere a sistema le linee dello sviluppo
futuro di Bologna".
Per parte mia indico qui una strada non adeguatamente
battuta: la revisione del Regolamento per le prestazioni a favore di soggetti
esterni, il cosiddetto Conto Terzi per consulenza e formazione.
Su circa 150 milioni di entrate proprie del nostro
Bilancio, poco più di 20 derivano da proventi di attività per Conto Terzi:
un record negativo, una insufficienza vistosa, in considerazione del fatto
che il nostro Ateneo può contare sulle competenze di oltre 3.000 docenti e
specificamente sulle professionalità scientifiche e tecnologiche presenti
in moltissimi Dipartimenti.
Anzitutto prestazioni per la consulenza; noi dobbiamo immaginare
l'Università come grande consulente della città e della società civile. Per
quanto ci riguarda, il nostro Ateneo deve proporsi come "consulente" principale,
globale e qualificato delle amministrazioni e del settore produttivo del territorio
in tutti i settori di attività in cui opera: dall'edilizia ai trasporti, dalla
cultura all'economia, dall'amministrazione alla medicina, dalla tecnologia
all'agraria: il cuore della società è - dopo quello della formazione degli
studenti - il nostro secondo fronte.
Queste attività di consulenza devono contribuire a gratificare economicamente
i singoli e l'Ateneo. Dobbiamo pensare a modelli che favoriscano l'emergere
di Team, nei quali entrano in gioco anche i Ricercatori; e la partita
va giocata come Istituzione perché questo comporta un plus economico e una
ricaduta di immagine positiva.
Questa consulenza va supportata da una struttura amministrativa di Ateneo
e affidata prioritariamente ai Dipartimenti., vale a dire alla Docenza che
deve guidare il processo. La struttura amministrativa dovrebbe fungere da
supporto facendo un inventario delle competenze e seguendo il lavoro della
"periferia".
Ma - aggiungo - prestazioni professionali anche per la formazione.
Se è difficile avere risorse private per la ricerca, lo è meno averle per
la formazione. E noi, a questo proposito, sull'esempio di altre Università
più dinamiche (ad esempio la Bocconi), dobbiamo attrezzarci per riportare
la formazione all'interno dell'Università, dove possiamo cogliere opportunità
inedite per gli stessi Umanisti (penso in particolare agli studiosi di arte,
musica e spettacolo e a quelli di beni culturali, ai linguisti, agli archeologici,
agli italianisti, agli storici, ai classicisti); una formazione rivolta anche
a utenti che provengono da altri Paesi. Un preludio a tale via potrebbe essere
l'esperienza delle attuali Summer School e di alcuni Corsi di Alta Formazione.
Questo per l'Università sarebbe un modo di "capitalizzare" davvero il
suo sistema di saperi.
La "terza funzione" dell'UniversitàNell'attuale epoca caratterizzata
dalla globalizzazione e dalla crescente concorrenza internazionale anche tra
sistemi economici nel loro complesso, che spesso mettono in campo le loro
migliori risorse, l'Università, accanto a ricerca e didattica, è chiamata
a svolgere una "terza funzione" più direttamente a favore della società a
cui appartiene, mettendo a disposizione il proprio patrimonio di conoscenze
in tutti i campi di suo interesse: culturale, economico, sanitario, tecnologico.
Ciò è particolarmente importante in un Paese come l'Italia che si è dotato
di un sistema di Università prevalentemente pubbliche.
Ricerca applicata
L'Università è la sede naturale
della attività scientifica, la quale, pur non avendo ricadute applicative
e economiche immediate, è di vitale interesse per il futuro economico e culturale
della nostra società e deve, perciò, essere primariamente finanziata con fondi
pubblici. Parallelamente l'Ateneo deve svolgere anche ricerche di rilevante
interesse per il mondo produttivo ed amministrativo esterno, giocando un ruolo
essenziale nel processo di maggiore integrazione con la società civile.
I ritorni
Il trasferimento delle conoscenze
dal mondo della ricerca all'ambiente produttivo rappresenta una grande opportunità
per reperire finanziamenti "dal mercato"; favorire l'occupazione di laureati
e giovani ricercatori; stabilire un rapporto organico con le amministrazioni
e gli enti del territorio; migliorare l'immagine dell'Università presso l'opinione
pubblica incentivandone il supporto a garantire adeguati finanziamenti pubblici.
L'attività il mercato può portare
significativi introiti finanziari, da gestire a favore di tutti in un contesto
di solidarietà accademica. A questo proposito, oltre ad ampliare la domanda
di ricerca, sarà necessario ridurre al minimo il prelievo dell'ateneo sui
contratti con le imprese (e con tutti i finanziamenti esterni, comprese le
sponsorizzazioni).
L'Ateneo come motore di sviluppo
economico
Pertanto, l'Ateneo deve favorire
il Trasferimento Tecnologico, in regime di trasparenza e solidarietà accademica,
nella consapevolezza dei molti fattori attualmente sfavorevoli: carente dimensione
e ridotto sviluppo tecnologico del nostro apparato produttivo; incomprensioni
reciproche tra imprese e mondo accademico; divergenza tra ricerca accademica
e bisogni delle imprese; inesperienza di entrambe le parti.
L'organizzazione
Per stabilire una proficua collaborazione
con il mondo produttivo non sono sufficienti convinzione e disponibilità da
parte dei singoli, ma occorre una organizzazione specifica dotata di capacità
gestionali utili a supportare i gruppi di ricerca nella stesura di contratti
e nella tutela della proprietà intellettuale e in grado di favorire un efficace
dialogo con imprese ed amministrazioni. Mentre la prima istanza spetta alla
dirigenza, la seconda rimane una responsabilità specifica dei docenti e ricercatori,
in quanto essa presuppone un forte rapporto fiduciario con i soggetti esterni.
La collaborazione con le Amministrazioni
e le Organizzazioni di imprese.
Par contribuire in modo reale allo sviluppo del territorio è necessario
stipulare accordi pluriennali "di programma", Concretamente: penso ai rapporti
con la Regione per la politica industriale e per la ricerca in ambito biomedico;
con la Provincia per la messa a norma degli edifici scolastici; con tutte
le amministrazioni pubbliche in genere per il settore "civile", per i trasporti
pubblici; per l'ambito gestionale ed organizzativo, per la programmazione
dei sistemi di telecomunicazioni, per l'organizzazione della sanità, sempre
più dipendente da mezzi tecnologici. Da questo punto di vista, la realizzazione
della "Rete di Alta Tecnologia" della Regione Emilia Romagna, e in particolare
quella degli imminenti "Tecnopoli" rappresenta una importante opportunità
da cogliere con convinzione e spirito di collaborazione.