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Domenica, 17 dicembre 2017

"Là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che ti salva" (Hölderlin).
Ivano Dionigi Candidato Rettore Università di Bologna 2009 2012 - Unibo
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LE TIPOLOGIE

A grandi linee si possono distinguere almeno quattro tipi di ricerca, diversi per funzioni ed esigenze, per natura e per costi:

  1. ricerca dell'area umanistica, economica, sociale, politologica e giuridica (ad alto tasso concettuale e a non immediato impatto economico);
  2. ricerca dell'area delle scienze (con risultati non a breve a termine e talvolta difficile da tradurre in brevetti, e pertanto sostenuta per lo più con finanziamenti pubblici);
  3. ricerca dell'area medica, farmacologia e veterinaria (in gran parte con forte aggancio con il Servizio Sanitario Nazionale e le industrie farmaceutiche, e con rilevante impatto sociale);
  4. ricerca dell'area tecnologica dell'ingegneria, delle biotecnologie e dell'agraria (più sensibile alle ragioni del mercato e alle strutture di interfaccia col mondo produttivo).

A ben vedere le quattro tipologie possono essere ricondotte alla distinzione fondamentale tra ricerca di base e ricerca finalizzata.

I PRINCIPI

Perché la ricerca resti centrale nel sistema di Ateneo, gioverà riconoscere tre criteri:

  1. La valutazione. Pionieri su questo terreno con Peer Review, Osservatorio della Ricerca, Nucleo di Valutazione e Sistema di Valutazione dei Dipartimenti, dobbiamo proseguire il cammino affinando i criteri coinvolgendo Direttori di Dipartimento, Garanti dei Comitati e singoli in un'opera ininterrotta di collaborazione tramite consultazioni e audizioni. Questo ci consentirà di essere preparati di fronte alla valutazione nazionale della ricerca che il Ministero imposterà su base dipartimentale.

Per essere completa, spendibile e condivisa la valutazione dei singoli dovrà estendersi anche alle altre funzioni (quali l'attività didattica e assistenziale, l'assolvimento di compiti organizzativi o istituzionali, la capacità di attrarre fondi).

  1. Le differenze. Se la ricerca è diversa nelle varie aree per costi, massa critica, riconoscimenti internazionali, rilevanza sociale ed economica, collaborazione di tecnici, spazi, ne segue che diversi debbono essere anche i criteri di valutazione. Inoltre: se è vero che i Comitati di area scientifica (1-9) sono caratterizzati - rispetto ai Comitati di area sociale e umanistica (10-14) - da diversità di natura e costi (più individuale e meno costosa la ricerca dei secondi; più collettiva e più costosa la ricerca dei primi a causa di materiali, tecnici, laboratori), allora ne segue che andranno diminuiti (o annullati) "i pesi" nell'assegnazione dei fondi ex 60% (che sono di supporto alla ricerca), mentre andranno mantenuti (o accentuati) nell'assegnazione del Fondo per grandi attrezzature e Progetti Strategici (che sono decisivi per la ricerca).
  2. La centralità dei Docenti e dei Dipartimenti. Titolari e protagonisti della Ricerca sono i docenti e i ricercatori, che si avvalgono della collaborazione e del supporto del Dirigente e del personale dell'Area della ricerca ad essa proposti.

Lo Statuto vigente (art. 21) identifica nei Dipartimenti le strutture di riferimento primarie della ricerca; ma a nessuno sfugge che in molti casi l'identità amministrativo/burocratica dei Dipartimenti prevale su quella scientifica. A questo proposito sarà loro compito favorire nuove aggregazioni tematiche e sinergie organizzative e multidisciplinari, avvalendosi di tutte quelle innovazioni del Sistema di Ateneo che non ne snaturino la centralità, ma potenzino le esigenze e prerogative dei singoli e dei gruppi di ricerca. Le recenti esperienze dimostrano che talune innovazioni del Sistema di Ricerca di Ateneo risultano da un lato troppo astratte e complicate, dall'altro concorrenti e conflittuali con i Dipartimenti stessi.

Come è naturale accentrare grandi attrezzature per ragioni di efficienza, altrettanto naturale è riconoscere e favorire l'autonomia dei Dipartimenti, da garantire e potenziare attraverso questi due nuovi strumenti: il budget integrale - non limitato ai soli assegni di ricerca - e la revisione del Regolamento per le prestazioni esterne (il cosiddetto Conto Terzi) per attività sia di consulenza sia di formazione.

I Dipartimenti che con finalità scientifiche (e anche didattiche) procederanno a unificazioni andranno incentivati.

I CRITERI

Per garantire la ricerca occorrono:

1. Investimenti in persone. È la priorità assoluta. A questo proposito si impongono alcuni impegni precisi e concreti:

a)  attribuire il 50% delle risorse sulla base della qualità scientifica;

b)  assegnare i posti di Ricercatori ai Dipartimenti;

c)  ridurre l'onere didattico dei Ricercatori, molti dei quali, anche nel nostro Ateneo, superano il limite delle 60 ore. Essi vanno restituiti dalle aule e dagli ambulatori alle biblioteche e ai laboratori.

d)  inaugurare la figura del Ricercatore a tempo determinato, con finalità non solo scientifiche (come previsto dall'attuale "Regolamento per la disciplina dei Ricercatori a contratto") ma anche di didattica integrativa (come previsto dall'art. 14 della legge Moratti 230/05). Tale modalità soddisfa, soprattutto là dove si hanno posti finanziati dagli Enti esterni, non solo il reclutamento ma anche il raggiungimento dei requisiti minimi per l'attivazione dei corsi di laurea;

e)  assegnare una dote di almeno 3.000 Euro per i primi tre anni ai Ricercatori neoassunti.

2. Organizzazione. Per una ricerca degna di questo nome, occorrono strumentazioni, laboratori, edifici adatti. Mentre gli insediamenti sono responsabilità primaria del Governo dell'Ateneo (vd. Alla voce "Edilizia"), per quanto riguarda le grandi apparecchiature doveroso è l'appello alla responsabilità dei Dipartimenti per la collaborazione tra loro e l'Ufficio Ricerca al fine di pervenire, con necessarie aggregazioni, alle soluzioni più razionali, funzionali ed economiche.

3. Meritocrazia.

Una meta, questa, sulla quale siamo decisamente in ritardo. Allo stato attuale produrre molto, poco o nulla; bene, meno bene, male, non comporta né alcuna sanzione né alcuna differenziazione economica. Lo stesso vale per la didattica. Quindi la meritocrazia, per un malinteso concetto di democrazia e uguaglianza, è osteggiata alle radici.

In attesa delle nuove disposizioni ministeriali che, pur senza dare soluzioni, pongono tuttavia esplicitamente il problema, possiamo lanciare dei segnali significativi anche in relazione alla distribuzione delle risorse. Ne segnalo alcuni:

a)  pubblicare i dati delle valutazioni della ricerca (Osservatorio della Ricerca, Peer Review);

b)  dopo l'incentivazione dei Dipartimenti, sarà necessario prevedere l'incentivazione dei singoli sia per la ricerca sia per la didattica. Solo così democrazia e meritocrazia si coniugano anche dal punto di vista culturale e etico.

c)  chiamate di studiosi eccellenti italiani e stranieri, che contribuiscono significativamente ad attrarre studenti di migliore qualità, attirano risorse, giovano nelle classifiche internazionali;

d)  istituzione del "Premio Alma Mater": una giornata nella quale con adeguato risalto vengano individuati e premiati, nei 14 Comitati, altrettanti docenti distintisi per particolari risultati individuali o di gruppo.

Sarà interesse delle singole Facoltà e dei singoli Dipartimenti adoperarsi perché alcuni Colleghi particolarmente vocati alla ricerca possano essere alleggeriti nei compiti didattici; e viceversa riconoscere l'onere didattico a quanti fanno di esso l'occupazione principale.

La cosa più importante è che tutti possano impegnarsi nel campo cui sono più interessati e cui possono dare il miglior contributo, con una equa distribuzione del carico di lavoro. 

Il Rettore dell'Alma Mater dovrà assumere anche alcuni impegni di politica nazionale:

1)  perché i Concorsi siano aboliti e sostituiti con forme di chiamata, sottoscritta e ufficiale che imponga ai singoli, alle strutture e agli Organi Accademici la piena assunzione delle proprie responsabilità;

2)  perché si prevedano i primi livelli di carriera al di fuori dell'Università presso la quale si è conseguito il Dottorato di ricerca;

3)  perché la quota premiante per gli Atenei, ora al 7%, salga davvero progressivamente almeno al 30%;

4)  perché vengano individuate alcune sedi universitarie con settori di particolare interesse/sviluppo/eccellenza su cui investire risorse aggiuntive.

IL PRO RETTORE ALLA RICERCA

Aumentare la qualità dell'attività scientifica, razionalizzare le risorse disponibili, sviluppare nuove occasioni di intervento, aumentare la capacità di attrazione di risorse dall'esterno: queste sono linee di governo obbligate. Per riuscire ad applicarle davvero, occorre in primo luogo avere l'intelligenza e l'umiltà di interpellare e coinvolgere tutti quei Colleghi che primeggiano davvero nel campo della Ricerca per conclamati riconoscimenti e primati nazionali e/o internazionali conseguiti nelle Riviste di rango, nei Consessi internazionali, nelle titolarità di Progetti qualificati.

La Riforma dello Statuto sarà l'occasione per realizzare interventi incisivi anche sul governo della ricerca che allo stato attuale appare incerto e frastagliato tra vari Organi e Organismi (Senato Accademico, Commissione Ricerca, Osservatorio della Ricerca, Collegio dei Direttori).

Un primo passo chiarificatore e rappresentativo può venire dalla nomina di un Pro Rettore alla Ricerca e da una Commissione Ricerca incentrata sui Direttori di Dipartimento, che potrebbe essere rappresentata dai 6 Direttori Rappresentanti d'Area che attualmente formano la Giunta del Collegio dei Direttori.

I FINANZIAMENTI

Mentre siamo ben posizionati sul fronte dei finanziamenti europei, siamo carenti - come lo stesso Nucleo di Valutazione rileva - per quanto riguarda i fondi derivanti dall'esterno, in particolare dai privati.

Fin troppo note le cause: la società non percepisce l'utilità della nostra ricerca che è prevalentemente accademica e non finalizzata; il privato in Italia non ha la cultura e la tradizione necessaria per finanziare la ricerca (davvero sparuti nel nostro Paese i Mecenati); pochi comprendono che il progresso materiale è direttamente proporzionale all'investimento nella conoscenza.

Alcune possibili fonti sono note e già all'ordine del giorno: la Regione per la Sanità e per i costituendi Tecnopoli; le Fondazioni e gli Enti di sostegno (che nelle Romagne sono più sensibili che a Bologna la quale si è ormai abituata alla sua Università, senza porsi più il problema di doversela meritare); la Fondazione Alma Mater da concepire sempre più - secondo la sua vocazione originaria - come braccio economico dell'Ateneo; il capitolo brevetti da sfruttare in modo più adeguato con il coinvolgimento dei Colleghi; l'adesione alla proposta di una "cabina di regia" lanciata da Unindustria e indirizzata a Università, Fondazioni, organizzazioni economiche, soggetti culturali, cooperative per "mettere a sistema le linee dello sviluppo futuro di Bologna".

Per parte mia indico qui una strada non adeguatamente battuta: la revisione del Regolamento per le prestazioni a favore di soggetti esterni, il cosiddetto Conto Terzi per consulenza e formazione.

Su circa 150 milioni di entrate proprie del nostro Bilancio, poco più di 20 derivano da proventi di attività per Conto Terzi: un record negativo, una insufficienza vistosa, in considerazione del fatto che il nostro Ateneo può contare sulle competenze di oltre 3.000 docenti e specificamente sulle professionalità scientifiche e tecnologiche presenti in moltissimi Dipartimenti.

Anzitutto prestazioni per la consulenza; noi dobbiamo immaginare l'Università come grande consulente della città e della società civile. Per quanto ci riguarda, il nostro Ateneo deve proporsi come "consulente" principale, globale e qualificato delle amministrazioni e del settore produttivo del territorio in tutti i settori di attività in cui opera: dall'edilizia ai trasporti, dalla cultura all'economia, dall'amministrazione alla medicina, dalla tecnologia all'agraria: il cuore della società è - dopo quello della formazione degli studenti - il nostro secondo fronte.

Queste attività di consulenza devono contribuire a gratificare economicamente i singoli e l'Ateneo. Dobbiamo pensare a modelli che favoriscano l'emergere di Team, nei quali entrano in gioco anche i Ricercatori; e la partita va giocata come Istituzione perché questo comporta un plus economico e una ricaduta di immagine positiva.

Questa consulenza va supportata da una struttura amministrativa di Ateneo e affidata prioritariamente ai Dipartimenti., vale a dire alla Docenza che deve guidare il processo. La struttura amministrativa dovrebbe fungere da supporto facendo un inventario delle competenze e seguendo il lavoro della "periferia".

Ma - aggiungo - prestazioni professionali anche per la formazione. Se è difficile avere risorse private per la ricerca, lo è meno averle per la formazione. E noi, a questo proposito, sull'esempio di altre Università più dinamiche (ad esempio la Bocconi), dobbiamo attrezzarci per riportare la formazione all'interno dell'Università, dove possiamo cogliere opportunità inedite per gli stessi Umanisti (penso in particolare agli studiosi di arte, musica e spettacolo e a quelli di beni culturali, ai linguisti, agli archeologici, agli italianisti, agli storici, ai classicisti); una formazione rivolta anche a utenti che provengono da altri Paesi. Un preludio a tale via potrebbe essere l'esperienza delle attuali Summer School e di alcuni Corsi di Alta Formazione. Questo per l'Università sarebbe un modo di "capitalizzare" davvero il suo sistema di saperi.

Trasferimento tecnologico

La "terza funzione" dell'Università

Nell'attuale epoca caratterizzata dalla globalizzazione e dalla crescente concorrenza internazionale anche tra sistemi economici nel loro complesso, che spesso mettono in campo le loro migliori risorse, l'Università, accanto a ricerca e didattica, è chiamata a svolgere una "terza funzione" più direttamente a favore della società a cui appartiene, mettendo a disposizione il proprio patrimonio di conoscenze in tutti i campi di suo interesse: culturale, economico, sanitario, tecnologico. Ciò è particolarmente importante in un Paese come l'Italia che si è dotato di un sistema di Università prevalentemente pubbliche.

Ricerca applicata

L'Università è la sede naturale della attività scientifica, la quale, pur non avendo ricadute applicative e economiche immediate, è di vitale interesse per il futuro economico e culturale della nostra società e deve, perciò, essere primariamente finanziata con fondi pubblici. Parallelamente l'Ateneo deve svolgere anche ricerche di rilevante interesse per il mondo produttivo ed amministrativo esterno, giocando un ruolo essenziale nel processo di maggiore integrazione con la società civile.

I ritorni

Il trasferimento delle conoscenze dal mondo della ricerca all'ambiente produttivo rappresenta una grande opportunità per reperire finanziamenti "dal mercato"; favorire l'occupazione di laureati e giovani ricercatori; stabilire un rapporto organico con le amministrazioni e gli enti del territorio; migliorare l'immagine dell'Università presso l'opinione pubblica incentivandone il supporto a garantire adeguati finanziamenti pubblici.

L'attività il mercato può portare significativi introiti finanziari, da gestire a favore di tutti in un contesto di solidarietà accademica. A questo proposito, oltre ad ampliare la domanda di ricerca, sarà necessario ridurre al minimo il prelievo dell'ateneo sui contratti con le imprese (e con tutti i finanziamenti esterni, comprese le sponsorizzazioni).

L'Ateneo come motore di sviluppo economico

Pertanto, l'Ateneo deve favorire il Trasferimento Tecnologico, in regime di trasparenza e solidarietà accademica, nella consapevolezza dei molti fattori attualmente sfavorevoli: carente dimensione e ridotto sviluppo tecnologico del nostro apparato produttivo; incomprensioni reciproche tra imprese e mondo accademico; divergenza tra ricerca accademica e bisogni delle imprese; inesperienza di entrambe le parti.

L'organizzazione

Per stabilire una proficua collaborazione con il mondo produttivo non sono sufficienti convinzione e disponibilità da parte dei singoli, ma occorre una organizzazione specifica dotata di capacità gestionali utili a supportare i gruppi di ricerca nella stesura di contratti e nella tutela della proprietà intellettuale e in grado di favorire un efficace dialogo con imprese ed amministrazioni. Mentre la prima istanza spetta alla dirigenza, la seconda rimane una responsabilità specifica dei docenti e ricercatori, in quanto essa presuppone un forte rapporto fiduciario con i soggetti esterni.

La collaborazione con le Amministrazioni e le Organizzazioni di imprese.

Par contribuire in modo reale allo sviluppo del territorio è necessario stipulare accordi pluriennali "di programma", Concretamente: penso ai rapporti con la Regione per la politica industriale e per la ricerca in ambito biomedico; con la Provincia per la messa a norma degli edifici scolastici; con tutte le amministrazioni pubbliche in genere per il settore "civile", per i trasporti pubblici; per l'ambito gestionale ed organizzativo, per la programmazione dei sistemi di telecomunicazioni, per l'organizzazione della sanità, sempre più dipendente da mezzi tecnologici. Da questo punto di vista, la realizzazione della "Rete di Alta Tecnologia" della Regione Emilia Romagna, e in particolare quella degli imminenti "Tecnopoli" rappresenta una importante opportunità da cogliere con convinzione e spirito di collaborazione.

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