La politica del decentramento dell'Ateneo di Bologna nelle sedi romagnole
è stata lungimirante e vincente: lo dice il Comitato Nazionale per
la Valutazione, lo dicono le diverse classifiche, lo dice l'interessamento
assiduo degli Enti di sostegno, lo dicono soprattutto gli studenti con la
loro iscrizione, la loro frequenza, i loro giudizi.
Questa esperienza, complessivamente positiva e con punte esemplari, allo
stato attuale presenta forme di governo inadeguate e complicate (l'art. 26
sui Poli scientifico-didattici va interamente riscritto). Conclamata è l'esigenza
sia di maggior semplificazione amministrativa sia di maggiore peso
politico; anche in relazione all'esigenza di sperimentare nuove forme
di didattica e di ricerca, di base e tecnologica.
Ritengo che la Riforma di Statuto sia una buona
opportunità per fare il punto sui Poli: avendo ben presente e ben chiaro
che alcuni di essi sono decollati, hanno identità forte (anche a causa della
presenza di Facoltà) e richiedono pertanto un consolidamento; altri sono in
fase di assestamento e alla ricerca soprattutto di un progetto culturale
unitario. Ma anche il migliore degli Statuti possibili può solo agevolare
e mettere in mostra un progetto culturale, ma non sostituirlo.
Pertanto ritengo che la ridefinizione delle finalità
e delle opportunità dei corsi e della Facoltà delle sedi decentrate - in una
parola l'identificazione del progetto culturale - sia condizione necessaria
per procedere con qualunque decisione politica e istituzionale.
È, questa, una prospettiva che chiama in causa la qualità e il merito:
due princìpi guida che debbono valere non solo per i Poli ma per tutte le
realtà dell'Ateneo. Questo punto di vista a mio avviso è l'unico metro di
giudizio valido ed equo, perché esso si misura con la realtà e ci mette al
riparo da false dispute e pregiudizi pro o contro le sedi decentrate.