I. Il sistema culturale ed educativo del nostro paese
sconta una duplice colpa: il deficit di cultura scientifica e la rimozione
dei classici.
Possiamo permetterci da un lato di rimanere denutriti scientificamente e
dall’altro di disperdere il nostro straordinario patrimonio classico?
Vogliamo ancora immaginare le humanae litterae e le scienze come due mondi
separati, due culture (la Geisteswissenschaft in conflitto con la Naturwissenschaft),
o non dobbiamo piuttosto provare a pensarli come due linguaggi di un’unica
cultura i quali possono e debbono - per la forza delle cose e per la volontà
degli uomini - dialogare e addirittura allearsi? Come trasferire nella ricerca,
nella scuola e nel comune pensare la necessaria solidarietà tra cultura
umanistica e cultura scientifica? A queste domande ricercatori e studiosi
sono chiamati a dare risposte.
II. Il sofferente stato della ricerca scientifica e più
in generale dell’istruzione, per quanto riguarda le risorse sia umane
che finanziarie, è ben documentato da dati e cifre, né consola
poter individuare alcune cause storiche e ideologiche di questo ritardo
tipicamente italiano: in particolare l’assenza di una cultura illuministica
e positivistica, parallela al tardivo sviluppo industriale del paese e aggravata
da una prolungata egemonia idealistica; l’isolamento (e spesso l’autoisolamento)
degli scienziati rispetto alla società e al processo della cultura
generale; la saldatura tra disinteresse politico e diffidenza popolare:
habet mundus iste noctes suas, et non paucas, dobbiamo ripetere con Bernardo
di Chiaravalle. Preoccupa dover ravvisare in questa incuria scientifica
una fondamentale omissione istituzionale, dal momento che all’art.
9 la nostra Costituzione recita che «la Repubblica promuove lo sviluppo
della cultura e la ricerca scientifica e tecnica».
III. Le nuove vie della scienza preannunciano una radicale
trasformazione della vita e dell’ambiente: forse del concetto stesso
di uomo e del suo destino nel mondo. Di fronte a questa svolta culturale
è fin troppo prevedibile il riproporsi di antiche querelles, con
il rischio di oscillare fra paura oscurantista e fideismo scientista. Gioverà
allora ricordare alcuni principi elementari: vale a dire che la scienza,
pur essendo per sua natura activa et operativa (Bacone) e quindi vocata
alla trasformazione del mondo, non si riduce tuttavia alle sue applicazioni
pratiche, spesso subordinate all’economia e al mercato; che la ricerca
scientifica - per sua natura sperimentale, antidogmatica e fallibile - pone
continuamente in discussione i propri obiettivi, risultati e metodi («molto
facilmente e con grande vantaggio ci si può rappresentare la scienza
come lo sforzo di scoprire e provare la mancanza di scientificità
di asserzioni e di metodi scientifici» [Brecht]); e che proprio per
questo non può non aprirsi agli apporti e ai quesiti propri delle
humanae litterae. Perché non solo lo scienziato, come riteneva Snow,
ma anche l’umanista ha «il futuro nel sangue».
IV. Gli investimenti per la ricerca, inadeguati nel campo
scientifico-tecnologico, appaiono umilianti in quello umanistico. In verità,
a ben guardare, le scelte del legislatore premiano i settori tecnologici
ed escludono non solo quelli umanistici (in senso lato: quindi anche economici,
giuridici, politologici) ma anche quelli delle scienze non applicate, codificando
in tal modo la separazione artificiosa tra la serie A della ricerca tecnologica
e la serie B della ricerca pura o di base; le cose fortunatamente migliorano,
anche se non in modo decisivo, se volgiamo lo sguardo ai progetti e fondi
europei. Con tutta evidenza ci si ostina a non riconoscere alla cultura
umanistica il rango di scienza e quindi la necessità di investimenti.
All’interno degli studi umanistici, i più a rischio sono quelli
classici, colpiti da un duplice pregiudizio: ideologico, che li liquida
come conservatori, reazionari e a servizio del potere; utilitaristico, secondo
il quale non giovano ai nostri bisogni immediati. Ma due errori, anche in
questo caso, non fanno una verità. Si aggiunga il paradosso per cui
ai pronunciamenti ufficiali dell’intera classe politica, tanto frequenti
quanto stucchevoli, sull’attualità e imprescindibilità
delle nostre “radici” classiche corrisponde solo una progressiva
e inesorabile emarginazione dei classici dal sistema formativo.
V. Ma davvero la contrapposizione è tra classicisti-conservatori
e scienziati-innovatori, come se il latino fosse di destra e l’informatica
di sinistra? I classici, anche se superati nelle loro risposte, restano
necessari per formulare le nuove domande della scienza. Essi sono sodali
e non già rivali della scienza, per una buona serie di ragioni che
gioverà elencare: l’unicità del metodo, per quanto riguarda
la raccolta e la valutazione dei dati, il procedere per congetture e confutazioni,
il controllo da parte della comunità scientifica; il ruolo fondativo
della lingua e della cultura di Atene e Roma nella codificazione del lessico
di numerose discipline scientifiche (dalla matematica alla medicina, dalla
biologia all’astronomia, dall’architettura alla robotica, all’agronomia);
la prospettiva storica della cultura classica, fondamentale nel ricordarci
che il nostro operare è un continuum situato non solo nello spazio
ma anche nel tempo e nell’offrire un soccorso antidogmatico alla scienza,
alla quale è richiesto un costante superamento delle sue acquisizioni
nel presente. Adottando le definizioni di Thomas Kuhn, si dovrà riconoscere
che il paradigma cumulativo delle scienze umanistiche, fondato sulla memoria
e quindi sull’inclusione dell’et et, può fornire un utile
complemento e talora un correttivo al paradigma sostitutivo delle scienze
“esatte”, caratterizzato dall’esclusione dell’aut
aut, perché esso non si esaurisca nella scoperta dell’ultima
ora.
VI. Da parte loro, le scoperte della scienza e gli stessi
rivolgimenti tecnologici ci consegnano immagini, percezioni e ridefinizioni
delle grandi domande che la letteratura, la filosofia, l’arte non
possono mai ignorare nello svolgere la loro funzione cognitiva e critica
in modo consapevole ed efficace. È innegabile oggi che le tradizionali
problematiche circa il valore stesso della cultura e il significato di uomo
vengono anche drasticamente rinnovate dall’apporto delle scienze e
delle tecniche più diverse . Basterebbe pensare ai nuovi scenari
della cosmologia scientifica, alle frontiere della fisica pura e applicata,
al dibattito circa l’evoluzionismo e la genetica; per non dire delle
acquisizioni di logica, informatica e di tutto il settore delle scienze
cognitive.
VII. Queste “due lingue” - i classici e la
scienza - vanno insegnate anzitutto nella loro sede naturale: la scuola.
Se la scuola è il luogo deputato all’apprendimento delle discipline
di base e alla formazione della mente critica; se essa ha il compito primario
di preparare cittadini e non impiegati o sudditi; se essa intende essere
davvero il contrappeso all’universo mercantile e alle mode del presente:
allora formazione umanistica e formazione scientifica non possono né
apparire antagoniste né caratterizzare scuole diverse, ma devono
essere complementari e coesistere in una stessa scuola, momenti di uno stesso
processo formativo. "Classico" e "scientifico" vanno
intesi non come due categorie antitetiche, ma come lo sguardo duplice di
chi - come teorizzava il protointellettuale europeo, Petrarca - «guarda
contemporaneamente avanti e indietro» (simul ante retroque prospiciens).
Per questo la logica sostitutiva che di norma presiede alle proposte di
riforma della scuola secondaria superiore (meno latino - e purtroppo, nel
classico, anche meno italiano - e più scienze) va emendata con quella
additiva (non ridurre il latino e incrementare tutte le scienze, avendo
il coraggio di dilatare l’orario scolastico); né si può
condividere il depauperamento parallelo e speculare sia del liceo classico,
dove nell’ultimo anno si eliminano le scienze, sia del liceo scientifico
dove nell’ultimo anno si elimina il latino, per altro già ridotto
drasticamente anche negli anni precedenti. Se la cultura classica - nelle
sue molteplici forme e dimensioni di lingua, letteratura, archeologia, arte,
musica, storia, scienza, tecnica, economia, filosofia - fonda l’identità
individuale e collettiva dell’uomo europeo; se essa rappresenta il
diverso dai saperi facili e dall’azzeramento mediatico; se ci consegna
non solo un’eredità spirituale ma anche un insostituibile patrimonio
economico: se tutto questo è sostenibile, si dovrà concludere
che la cultura classica è un diritto di cittadinanza per tutti gli
studenti.
VIII. Tra le proposte possibili, perché non pensare
– come le Associazioni disciplinari e le stesse Consulte Universitarie
degli antichisti hanno ufficialmente e a più riprese richiesto a
un insegnamento specifico di Cultura classica da estendere agli ultimi tre
anni di tutti i licei (in analogia con quanto è stato fatto meritoriamente
con la filosofia) e da affidare a nuove figure di insegnanti, munite di
adeguata competenza linguistica e culturale le quali illuminino le istanze
del presente con il lessico fondamentale, i testi e le idee dell’antico?
E specularmente, per le scuole di marcata impronta umanistica, perché
non rendere organiche forme di codocenza che contemplino l’interazione
fra i programmi delle discipline umanistiche e delle discipline scientifiche?
Per un tale obiettivo diviene decisiva la formazione degli insegnanti caratterizzata
dal primato dei contenuti e delle specificità disciplinari, fondamento
primo del dialogo interdisciplinare.
IX. L’Università è chiamata a delineare
una nuova prospettiva di studi. Se essa non intende essere derubricata a
semplice agenzia didattica, se vuole colmare la carenza culturale di base
dei suoi iscritti, se ha il compito di formare laureati culturalmente non
dimidiati, essa dovrà favorire l’incontro della scienza con
quella cultura umanistica della quale i classici sono e devono restare il
fondamento. A questo proposito le possibilità sono molteplici: dalla
creazione di nuove Classi di Laurea che coniughino formazione scientifica
e formazione umanistica, alla formalizzazione di incontri fra ricercatori
delle diverse aree disciplinari. In questa direzione gli Atenei, nella loro
autonomia e facendo leva sui crediti a scelta dello studente, potrebbero
introdurre insegnamenti che recuperino la dimensione storica delle discipline
scientifiche e che ne approfondiscano i legami tanto con l’eredità
classica quanto con la cultura moderna e contemporanea.
X. Dovere di uno Stato è quello di non limitare
le conoscenze dei suoi cittadini al periodo scolastico, ma di provvedere
a una loro educazione permanente; è quello di favorire un ethos della
conoscenza e della cultura. Su questo terreno gli accademici, gli studiosi
e tutti gli uomini di cultura sono chiamati a un supplemento di responsabilità,
dando prova di rigore scientifico e di integrità morale. Tra gli
effetti, non trascurabili, di questa azione potrebbe esserci quello di creare
una coscienza civica attenta nel selezionare una classe dirigente culturalmente
più sensibile e attrezzata. Adoperandoci in questa direzione all’interno
della Scuola, dell’Università, delle istituzioni culturali,
renderemmo un grande servizio ai singoli e alla comunità, se condividiamo
col filosofo Seneca l’affermazione secondo cui «il bene risiede
nella conoscenza, il male nell’ignoranza» (Quid est bonum? Rerum
scientia. Quid malum est? Rerum imperitia).