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Domenica, 17 dicembre 2017

"Vi č un'Italia dello scandalo e un'Italia della riservatezza, e non sarą mai quest'ultima a finire in prima pagina, ma sarą questa l'Italia capace di smentire chi ci dą per finiti" (Giacomo Fassina)
Ivano Dionigi Candidato Rettore Università di Bologna 2009 2012 - Unibo
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Due lingue, una cultura

I. Il sistema culturale ed educativo del nostro paese sconta una duplice colpa: il deficit di cultura scientifica e la rimozione dei classici.
Possiamo permetterci da un lato di rimanere denutriti scientificamente e dall’altro di disperdere il nostro straordinario patrimonio classico? Vogliamo ancora immaginare le humanae litterae e le scienze come due mondi separati, due culture (la Geisteswissenschaft in conflitto con la Naturwissenschaft), o non dobbiamo piuttosto provare a pensarli come due linguaggi di un’unica cultura i quali possono e debbono - per la forza delle cose e per la volontà degli uomini - dialogare e addirittura allearsi? Come trasferire nella ricerca, nella scuola e nel comune pensare la necessaria solidarietà tra cultura umanistica e cultura scientifica? A queste domande ricercatori e studiosi sono chiamati a dare risposte.

II. Il sofferente stato della ricerca scientifica e più in generale dell’istruzione, per quanto riguarda le risorse sia umane che finanziarie, è ben documentato da dati e cifre, né consola poter individuare alcune cause storiche e ideologiche di questo ritardo tipicamente italiano: in particolare l’assenza di una cultura illuministica e positivistica, parallela al tardivo sviluppo industriale del paese e aggravata da una prolungata egemonia idealistica; l’isolamento (e spesso l’autoisolamento) degli scienziati rispetto alla società e al processo della cultura generale; la saldatura tra disinteresse politico e diffidenza popolare: habet mundus iste noctes suas, et non paucas, dobbiamo ripetere con Bernardo di Chiaravalle. Preoccupa dover ravvisare in questa incuria scientifica una fondamentale omissione istituzionale, dal momento che all’art. 9 la nostra Costituzione recita che «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica».

III. Le nuove vie della scienza preannunciano una radicale trasformazione della vita e dell’ambiente: forse del concetto stesso di uomo e del suo destino nel mondo. Di fronte a questa svolta culturale è fin troppo prevedibile il riproporsi di antiche querelles, con il rischio di oscillare fra paura oscurantista e fideismo scientista. Gioverà allora ricordare alcuni principi elementari: vale a dire che la scienza, pur essendo per sua natura activa et operativa (Bacone) e quindi vocata alla trasformazione del mondo, non si riduce tuttavia alle sue applicazioni pratiche, spesso subordinate all’economia e al mercato; che la ricerca scientifica - per sua natura sperimentale, antidogmatica e fallibile - pone continuamente in discussione i propri obiettivi, risultati e metodi («molto facilmente e con grande vantaggio ci si può rappresentare la scienza come lo sforzo di scoprire e provare la mancanza di scientificità di asserzioni e di metodi scientifici» [Brecht]); e che proprio per questo non può non aprirsi agli apporti e ai quesiti propri delle humanae litterae. Perché non solo lo scienziato, come riteneva Snow, ma anche l’umanista ha «il futuro nel sangue».

IV. Gli investimenti per la ricerca, inadeguati nel campo scientifico-tecnologico, appaiono umilianti in quello umanistico. In verità, a ben guardare, le scelte del legislatore premiano i settori tecnologici ed escludono non solo quelli umanistici (in senso lato: quindi anche economici, giuridici, politologici) ma anche quelli delle scienze non applicate, codificando in tal modo la separazione artificiosa tra la serie A della ricerca tecnologica e la serie B della ricerca pura o di base; le cose fortunatamente migliorano, anche se non in modo decisivo, se volgiamo lo sguardo ai progetti e fondi europei. Con tutta evidenza ci si ostina a non riconoscere alla cultura umanistica il rango di scienza e quindi la necessità di investimenti. All’interno degli studi umanistici, i più a rischio sono quelli classici, colpiti da un duplice pregiudizio: ideologico, che li liquida come conservatori, reazionari e a servizio del potere; utilitaristico, secondo il quale non giovano ai nostri bisogni immediati. Ma due errori, anche in questo caso, non fanno una verità. Si aggiunga il paradosso per cui ai pronunciamenti ufficiali dell’intera classe politica, tanto frequenti quanto stucchevoli, sull’attualità e imprescindibilità delle nostre “radici” classiche corrisponde solo una progressiva e inesorabile emarginazione dei classici dal sistema formativo.

V. Ma davvero la contrapposizione è tra classicisti-conservatori e scienziati-innovatori, come se il latino fosse di destra e l’informatica di sinistra? I classici, anche se superati nelle loro risposte, restano necessari per formulare le nuove domande della scienza. Essi sono sodali e non già rivali della scienza, per una buona serie di ragioni che gioverà elencare: l’unicità del metodo, per quanto riguarda la raccolta e la valutazione dei dati, il procedere per congetture e confutazioni, il controllo da parte della comunità scientifica; il ruolo fondativo della lingua e della cultura di Atene e Roma nella codificazione del lessico di numerose discipline scientifiche (dalla matematica alla medicina, dalla biologia all’astronomia, dall’architettura alla robotica, all’agronomia); la prospettiva storica della cultura classica, fondamentale nel ricordarci che il nostro operare è un continuum situato non solo nello spazio ma anche nel tempo e nell’offrire un soccorso antidogmatico alla scienza, alla quale è richiesto un costante superamento delle sue acquisizioni nel presente. Adottando le definizioni di Thomas Kuhn, si dovrà riconoscere che il paradigma cumulativo delle scienze umanistiche, fondato sulla memoria e quindi sull’inclusione dell’et et, può fornire un utile complemento e talora un correttivo al paradigma sostitutivo delle scienze “esatte”, caratterizzato dall’esclusione dell’aut aut, perché esso non si esaurisca nella scoperta dell’ultima ora.

VI. Da parte loro, le scoperte della scienza e gli stessi rivolgimenti tecnologici ci consegnano immagini, percezioni e ridefinizioni delle grandi domande che la letteratura, la filosofia, l’arte non possono mai ignorare nello svolgere la loro funzione cognitiva e critica in modo consapevole ed efficace. È innegabile oggi che le tradizionali problematiche circa il valore stesso della cultura e il significato di uomo vengono anche drasticamente rinnovate dall’apporto delle scienze e delle tecniche più diverse . Basterebbe pensare ai nuovi scenari della cosmologia scientifica, alle frontiere della fisica pura e applicata, al dibattito circa l’evoluzionismo e la genetica; per non dire delle acquisizioni di logica, informatica e di tutto il settore delle scienze cognitive.

VII. Queste “due lingue” - i classici e la scienza - vanno insegnate anzitutto nella loro sede naturale: la scuola. Se la scuola è il luogo deputato all’apprendimento delle discipline di base e alla formazione della mente critica; se essa ha il compito primario di preparare cittadini e non impiegati o sudditi; se essa intende essere davvero il contrappeso all’universo mercantile e alle mode del presente: allora formazione umanistica e formazione scientifica non possono né apparire antagoniste né caratterizzare scuole diverse, ma devono essere complementari e coesistere in una stessa scuola, momenti di uno stesso processo formativo. "Classico" e "scientifico" vanno intesi non come due categorie antitetiche, ma come lo sguardo duplice di chi - come teorizzava il protointellettuale europeo, Petrarca - «guarda contemporaneamente avanti e indietro» (simul ante retroque prospiciens). Per questo la logica sostitutiva che di norma presiede alle proposte di riforma della scuola secondaria superiore (meno latino - e purtroppo, nel classico, anche meno italiano - e più scienze) va emendata con quella additiva (non ridurre il latino e incrementare tutte le scienze, avendo il coraggio di dilatare l’orario scolastico); né si può condividere il depauperamento parallelo e speculare sia del liceo classico, dove nell’ultimo anno si eliminano le scienze, sia del liceo scientifico dove nell’ultimo anno si elimina il latino, per altro già ridotto drasticamente anche negli anni precedenti. Se la cultura classica - nelle sue molteplici forme e dimensioni di lingua, letteratura, archeologia, arte, musica, storia, scienza, tecnica, economia, filosofia - fonda l’identità individuale e collettiva dell’uomo europeo; se essa rappresenta il diverso dai saperi facili e dall’azzeramento mediatico; se ci consegna non solo un’eredità spirituale ma anche un insostituibile patrimonio economico: se tutto questo è sostenibile, si dovrà concludere che la cultura classica è un diritto di cittadinanza per tutti gli studenti.

VIII. Tra le proposte possibili, perché non pensare – come le Associazioni disciplinari e le stesse Consulte Universitarie degli antichisti hanno ufficialmente e a più riprese richiesto a un insegnamento specifico di Cultura classica da estendere agli ultimi tre anni di tutti i licei (in analogia con quanto è stato fatto meritoriamente con la filosofia) e da affidare a nuove figure di insegnanti, munite di adeguata competenza linguistica e culturale le quali illuminino le istanze del presente con il lessico fondamentale, i testi e le idee dell’antico? E specularmente, per le scuole di marcata impronta umanistica, perché non rendere organiche forme di codocenza che contemplino l’interazione fra i programmi delle discipline umanistiche e delle discipline scientifiche? Per un tale obiettivo diviene decisiva la formazione degli insegnanti caratterizzata dal primato dei contenuti e delle specificità disciplinari, fondamento primo del dialogo interdisciplinare.

IX. L’Università è chiamata a delineare una nuova prospettiva di studi. Se essa non intende essere derubricata a semplice agenzia didattica, se vuole colmare la carenza culturale di base dei suoi iscritti, se ha il compito di formare laureati culturalmente non dimidiati, essa dovrà favorire l’incontro della scienza con quella cultura umanistica della quale i classici sono e devono restare il fondamento. A questo proposito le possibilità sono molteplici: dalla creazione di nuove Classi di Laurea che coniughino formazione scientifica e formazione umanistica, alla formalizzazione di incontri fra ricercatori delle diverse aree disciplinari. In questa direzione gli Atenei, nella loro autonomia e facendo leva sui crediti a scelta dello studente, potrebbero introdurre insegnamenti che recuperino la dimensione storica delle discipline scientifiche e che ne approfondiscano i legami tanto con l’eredità classica quanto con la cultura moderna e contemporanea.

X. Dovere di uno Stato è quello di non limitare le conoscenze dei suoi cittadini al periodo scolastico, ma di provvedere a una loro educazione permanente; è quello di favorire un ethos della conoscenza e della cultura. Su questo terreno gli accademici, gli studiosi e tutti gli uomini di cultura sono chiamati a un supplemento di responsabilità, dando prova di rigore scientifico e di integrità morale. Tra gli effetti, non trascurabili, di questa azione potrebbe esserci quello di creare una coscienza civica attenta nel selezionare una classe dirigente culturalmente più sensibile e attrezzata. Adoperandoci in questa direzione all’interno della Scuola, dell’Università, delle istituzioni culturali, renderemmo un grande servizio ai singoli e alla comunità, se condividiamo col filosofo Seneca l’affermazione secondo cui «il bene risiede nella conoscenza, il male nell’ignoranza» (Quid est bonum? Rerum scientia. Quid malum est? Rerum imperitia).

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